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Come in una bolla

Quanti di voi, tornassero indietro nel tempo, apporterebbero dei cambiamenti alla propria storia personale, imboccherebbero altre uscite lungo il percorso, farebbero scelte diverse?

Bene, io sono tra coloro che stanno annuendo. E in questo preciso momento, durante il quale ho la fortuna di scrivere dalla veranda di un bungalow vista mare, mi sto focalizzando, come un cecchino appostato con il fucile puntato, su una circostanza ben definita tra i miei ricordi.

Quando fu il momento di scegliere quale direzione indicare al mio futuro, scandagliando tra le scuole superiori quella che avrei voluto frequentare, io ero del tutto impreparato. Incapace di vedermi trasformato in adulto affermato e appagato inserito in una professione scelta e perseguita, alla tenera età di quattordici anni finii col scegliere il male che allora mi sembrava quello minore. Mi iscrissi a ragioneria, un istituto che ho sempre considerato senza infamia e senza lode, ma dal quale sarei uscito pronto per un probabile lavoro impiegatizio. Avrei avuto un diploma che mi avrebbe spalancato le porte di una professione casuale, qualsiasi, adatta al me adolescente che non è stato in grado alle medie di capire cosa avrebbe voluto essere da grande.

Tra l'altro non sono mai stato un grande studente, ho vivacchiato con voti sufficienti per tutti i miei cinque anni di superiore, non ho mai spinto per alzare l'asticella, ma soprattutto, non è questo quello di cui voglio parlare oggi.

Mi riallaccio al me studente col ricordo del mio metodo di svolgere i compiti a casa. Quando mi sedevo alla scrivania della mia camera, indipendentemente che risolvessi calcoli, scrivessi temi, compilassi partite doppie e studiassi storia, io dovevo avere la musica in sottofondo.

Mia madre mi redarguiva a tal proposito: «Ti distrae, come fai a concentrarti? Prova a spegnere. Vedrai che studi meglio.»

Come si potrebbe darle torto in fin dei conti? Sono parole sensate, è logico che una canzone nello stereo ti porti coi pensieri altrove, o forse no?

La musica per me è stata da sempre lo stratagemma per isolarmi dal mondo. Che si tratti di una ballata country, di un esagitato pezzo punk-rock, di un graffiato brano metal, non fa alcuna differenza. L'unica regola è che il sottofondo scelto sia esclusivamente in lingua inglese, un idioma che fortunatamente (sfortunatamente per tutte le circostanze al di fuori da quella che sto per enunciare) mastico troppo poco per cui mi alteri la concentrazione, e che reputo comunque ideale per i generi musicali che ascolto.



Ecco quindi che impegnarmi in qualcosa accompagnato dalla voce di Corey Tyler, dalla chitarra di Tom Morello, dalla batteria di Matt Greiner o dal basso di Matt Freeman è profondamente più coinvolgente e meno invasivo, che venire disturbato dallo squillo di un telefono, da un automobile che sfreccia, dal chiacchiericcio lontano di chiunque, dal pendolo di un orologio, dal telegiornale in televisione, dall'abbaiare di un cane in cortile.

Senza la campana di vetro, sotto la quale mi sento protetto dall'accompagnamento musicale giusto, non credo che avrei mai scritto mezza pagina di nessun libro. Senza la playlist adeguata al momento, non leggereste questo (potete ovviamente lamentarvi nei commenti, ne avete facoltà).

Tra le band che mi hanno accompagnato durante alcuni dei miei processi creativi c'è quella inglese dei Vex Red.

I Vex Red sono una band che con il loro album d'esordio nel lontano 2002, "Start with a strong and persistent desire" fusero hard rock ed elettronica, distribuirono alcuni singoli che mi si incollarono al cervello (Can't smile – The closet) per poi sparire dalla scena fino allo scorso anno. Un silenzio durato ben diciassette anni.

Se nomino questa band, sconosciuta forse ai tutti i lettori nessuno escluso (… qui mi sono fregato, sconosciuta a tutti sia perché chi mi legge sono quattro gatti – ma vi adoro con tutto il cuore - , e sia perché in effetti il gruppo è sempre stato di nicchia, alzi pure la mano chi li conosce), l'ho fatto perché un brano del loro album di ritorno sulle scene, un EP dal titolo "Give me the dark", mi ha solleticato un'idea. Ho imbastito una specie di colonna sonora di accompagnamento al mio prossimo libro in uscita.

Ora che ho scoperto gli altarini, posso svelarvi anche che il romanzo in questione s'intitolerà «Mare buio», uscirà il 10 settembre 2020 e che la canzone incaricata per anticiparne il pathos si chiama «Lake», brano composto appunto dai Vex Red.

Verso la fine di agosto pubblicherò il collegamento alla "colonna sonora" di Mare buio, cosicché chiunque possieda un account Spotify, o preferisca affidarsi a Youtube, avrà modo di decidere se tentare di immergersi nella lettura del romanzo sulle stesse note che mi hanno aiutato a scriverlo.

Per quanto ammesso in precedenza, ossia la mia più totale ignoranza sui temi che sono trattati nei testi dei brani, non c'è alcun vincolo tra musica e romanzo, eccezion fatta per il clima di disagio, di sofferenza, di tristezza, di malessere e di buio che abbraccia la trama dello stesso.

"Lake", nello specifico, ha le sembianze di una canzone scritta apposta per accompagnare una storia fatta e finita. L'arrangiamento alterna parti che offrono speranza ad altre che spargono sgomento, in un susseguirsi di stati d'animo accavallanti.

Ora la canzone ve l'ho proposta, sentitevi liberi. Dato che il libro ancora non c'è, mi auguro che vogliate ascoltarla con la mente aperta e gli occhi sigillati, vi assicuro che vi lascerà qualcosa.


Buon ascolto.






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