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Come un sipario calato

Aggiornamento: 5 gen 2023

Così, alla fine l’hanno fatto sul serio. Sciocca io a credere che sarebbero rinsaviti, che si sarebbero ricreduti e che avrebbero appallottolato l’idea bislacca che gli era balenata in mente per ricacciarla lì da dove gli era uscita.

Niente da fare. Hanno eluso la loro stessa vocina interiore che gli consigliava di lasciar perdere, l’hanno sentita, ma senza ascoltarla. L’hanno ingannata mentendo a loro stessi. Si sono consolati l’un l’altra propinandosi a vicenda rassicurazioni scricchiolanti, snobbando i dubbi che sgomitavano per farsi largo e scrollando le spalle.

«E’ la cosa giusta.»

«Lo facciamo per il suo bene.»

Giorni e giorni trascorsi con il tarlo nella testa. Uno stoico tarlo che scavava e scavava, sempre più in profondità, che agitava le sue minute zampette per sgretolare una decisione già cotta e stracotta, con la missione disperata di salvarla da un destino che tanto, lo sappiamo sia tu che io, le sarebbe toccato comunque, presto o tardi, prima o poi.

Le è stata tolta la facoltà di scegliere, le è stato negato il libero arbitrio, le è stato servito un boccone amaro da mandar giù volente o nolente, le è stato fatto calare il sipario su di un palco che dovrebbe restare accessibile sempre e dal quale nascono i sogni e, qualche volta, anche le realtà.

E questa possibilità di autodeterminazione, questo furto in piena regola, questo delitto che, ahimè, resterà impunito sempre, questi due... i distruttori di magia, non l’hanno messo in conto. Si sono convinti che la testa fosse pronta, senza preoccuparsi che anche il cuore lo fosse allo stesso modo. E sì sa, testa e cuore sono come treni che viaggiano su binari distinti e distanti, che si accavallano e si intrecciano, che si dipanano e si ritrovano, ma che non arriveranno mai in stazione nello stesso istante.

Uno dei due ritarda sempre.

E chi ne fa le spese se non io? Mi resta un cocktail disgustoso nel quale mi mescolano un quinto di rabbia, un quinto di tristezza, un quinto di delusione e due quinti di inevitabile rassegnazione.

Perché la rassegnazione è l’ingrediente più presente? Perché è così dall’alba dell’uomo e non c’è via d’uscita. Né mai ci sarà.

La mia protetta è l’ultima di un’infinita schiera di bambini che hanno perduto senza neppure sapere di dover combattere. Paffuti e innocenti fanti allo sbaraglio in una guerra tra due mondi a sé stanti.

Non ce la faccio proprio. C’ho provato, giuro... Ho tentato di capire le motivazioni che si nascondono dietro a decisioni così nefaste. Ho indossato gli abiti di coloro che anziché proteggere, che sarebbe l’azione principe del loro ruolo genitoriale, infliggono, ma niente da fare.

Com’è mai possibile che un padre e una madre, o chi per loro, siano così folli da assumersi l’onere e la responsabilità di svelare un segreto di questa portata?



«Come hai potuto?» domandai una notte a un padre addormentato.

«Non avevamo scelta» mi rispose il suo subconscio.

«C’è sempre più di una strada.»

Osservai il suo corpo agitarsi sotto le coperte, tormentato.

«No. Non c’è. Non ci sono pause sulla strada che intendi,» mi disse con la fronte madida di sudore. «Prosegue dritta, senza incroci e senza pause. E’ la via di lei che cresce e che non rallenta solo perché noi lo desideriamo.»

«Le hai detto che Babbo Natale non esiste» puntualizzai furente.

«Sì, l’ho fatto» biascicò nel sonno. «E’ troppo grande per non sapere.»

«Ma così le hai tolto tutto il pacchetto, la magia intera. E non si torna indietro. Le hai tolto il coniglio pasquale, le hai tolto gli unicorni e le fate dei boschi, gli elfi nascosti tra i funghi e le sirene che saltano nel mare come delfini colorati, le hai tolto gli incantesimi e i superpoteri, le hai tolto il beneficio del dubbio, il piacere di credere possibile anche quello che non lo è.»

«Lo so... lo so...» ripeté più e più volte. E mentre una lacrima gli rigava la tempia me ne andai, mesta e sconsolata, con la testa ciondolante e le braccia svuotate da ogni volontà che mi dondolavano sui fianchi.

E oggi, così come ieri e caparbiamente come domani, io non mi arrendo. Risfodero le armi, mi affilo le alette per l’ennesimo volo attraverso una finestra nuova, tra il sorriso sdentato di un bimbo a cui è caduto il primo incisivo. Un soldino da piazzare sotto il cuscino e un bacio impalpabile sul cuore di un essere che i due mondi li ha ancora entrambi.

Perché è questo che faccio per vivere, colleziono dentini e semino sogni, dono quella briciola di fantasia che rende magico anche una pinco pallino qualunque, come un semplice genitore per esempio.

Pure quelli che osservano, smarriti e disarmati, il proprio figlio che diventa grande.




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