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  • Immagine del redattoreAButtus

Feretro di brace

Aggiornamento: 4 dic 2022

Come un tramonto improvviso, lascivo e volubile. Di quelli che spengono una giornata luminosa in un battito di ciglia, che sfuma in un buio tetro e cupo. La sensazione è di smarrimento, di abbandono. Sono impreparata e impotente, mi sento sull’orlo del panico. Il cuore pulsa nel petto come se spingesse per uscire, una perpetua piccozza che colpisce per far breccia nel mio sterno e sbucare fuori, per liberare sul mondo il dolore inconsolabile e incomprensibile che mi avvolge.

Se n’è andato.

Senza alcuna spiegazione. Mi ha lasciata sola a mordermi la lingua e a spremermi le meningi. Setaccio i momenti che abbiamo vissuto assieme e vi cerco un pretesto, uno soltanto, piccolo, infinitesimale, impercettibile, che l’abbia spinto a lasciarmi. Ma è una causa persa.

La notte è fredda. Vento gelido sferza attraverso la finestra spalancata e colpisce le tende che garriscono come bandiere. Sono stendardi di seta che ci oscuravano da quel che stava fuori, dalla vita vera ora maledettamente vicina e crudele, dalla quale noi due, avviluppati nel sesso, ci tenevamo a distanza, ingannando lo scandire del tempo e nutrendoci di emozioni.



Il letto sfatto è immenso senza di lui con me. Insostenibilmente freddo, e insapore, e incolore. E’ un fumo grigio che mi offusca la vista e fa sfumare i contorni delle cose, stinge i tessuti e spoglia la vita del mondo che sentivo di aver conquistato e di poter governare. La mia pelle nuda è diafana, scalcio le lenzuola di raso per scuotermi, ma sono irrigidita da una volontà carente. I miei piedi sul pavimento provocano rumore, rintocchi di un rubinetto che perde, come ho perso io, gocce d’acqua riecheggianti sulla ceramica di un lavandino e lacrime salate impresse nella carne del mio viso, cicatrici emotive che non verranno mai più rimarginate.

E’ l’ignoranza che mi tortura, il non sapere in punto esatto in cui le nostre strade hanno preso vie diverse e non avere idea di dove girarmi per tornare lì, per sferzare la scintilla nefasta che ha acceso il fuoco e divampato l’incendio, che ha eretto quel muro di fiamme che non sono stata capace di oltrepassare, ma che mi ha arso fin dentro l’anima per estinguersi, infine, in un feretro ricolmo di braci e tizzoni infernali.

Scuoto il capo con forza, i capelli frustano l’etere davanti al mio viso. Sento il suo odore avvolgere la stanza ed entrarmi nelle narici. Sono particelle di lui che scappano da me, sono cellule che mi ha concesso e che col mio moto disperato sto spargendo nell’aria. Mi immobilizzo allarmata. Allungo le mani per riafferrarle una a una, riappropriarmene e indossarle ancora.

Siedo sulla sedia di velluto che dà sullo specchio. Faccio i conti con la donna che sono ora, con gli avanzi femminei che mi sono concessi. Reduce di una guerra persa in malo modo, macerie e relitto, rovina e distruzione, carcassa in putrefazione. Le gambe tremano, forse per il freddo, più probabilmente per il rimorso di ciò che ho dato e il terrore di ciò che non riuscirò più a ricevere. Inizio silenziosamente a contare i nei sul mio corpo, quelli che nelle notti più dolci lui tracciava uno per uno, disegnando con le labbra le costellazioni che adornano il corpo che fu puro prima di lui, vita piena durante e un involucro vuoto adesso.

Chiudo gli occhi e cerco una reminiscenza di quei momenti passati, assaporo i suoi baci ancora freschi nel cuore, ma drammaticamente distanti al tatto. Si soffermano su chakra sconosciuti e li puntellano con leggeri soffi di fiato caldo. Le schiena s’inarca rispondendo a uno spasmo spontaneo e di dolorosa astinenza.

Risollevo le palpebre e mi osservo. Il viso scavato, le occhiaie annerite dal mascara caduto, la bocca inerme e sottile, un’ulteriore cicatrice che l’ha sigillata sulle ultime parole che gli ho detto, sugli ultimi suoni che ha emesso prima di diventare un’inutile appendice del mio volto spento. La pelle d’oca puntella la mia cute, l’aria frizzante mi scivola addosso e mi graffia con artigli impietosi. Schiaffi di un accanimento trascendente e naturale, l’ovvio evolversi di un male che s’ingigantisce in ogni istante e non posso arrestare, che si riversa nel vuoto che mi abita come un fiume in piena, sbatte su argini di spugna che s’inzuppano e che impregnano ogni centimetro quadrato di me stessa.

Sangue ferruginoso tra le crepe delle labbra, scivolano tra i denti finendomi in gola. E’ il sapore ancestrale di una fine che non avevo previsto, ma che temevo più di una ghigliottina a penzoloni sul collo. Le pupille si strizzano verso lo specchio, cercano oltre il riflesso il corpo dell’uomo che un tempo mi stava alle spalle. Il suo mento posato sul mio capo e quel sorriso assertivo, le mani che mi scivolavano sulle braccia, mi riscaldavano e mi rassicuravano.

Rabbrividisco. Mi sollevo dalla sedia, allontanandomi dall’altra me, quella nello specchio che ancora trattiene una storia cui manca solo il lieto fine. Lascio che la seta delle tende mi sfiori la pelle, ma anziché chiudere la porta ed estraniarmi dal freddo e dal mondo, esco fuori nel cielo. Sotto di me, attraverso le fessure del ferro battuto della balconata, riesco a vedere la gente. Passanti inconsapevoli zavorrati dai propri fardelli e accompagnati da demoni fedeli. Scruto le loro espressioni distrattamente, per nulla imbarazzata che loro possano scorgermi così come sono, nuda nel corpo e nuda nello spirito. Percepisco la sensibilità venire meno, le dita dei piedi e delle mani, i capezzoli, le natiche, le punta del naso e delle orecchie, sembrano membra in dissoluzione, pezzi caduchi che cessano di appartenermi.

Con un breve passo sono sul bordo, il metallo della ringhiera mi si posa sul ventre, all’altezza dell’ombelico. Mi scuote quanto una scossa elettrica e attraversa i vasi sanguigni nessuno escluso. Gli occhi mi si serrano stremati, mentre le braccia si allargano sul nulla. Assaporo l’aria notturna a pieni polmoni, inalando l’aroma inconfondibile di una neve lontana e di un inverno che non aspetterò arrivare. Espirando i sogni recisi, i desideri sepolti e il futuro fottuto.

Sporta sul vuoto vengo afferrata da mani di ghiaccio e di morte, trascinata in un’effimera discesa sino al luogo dove mi addormenterò l’ultima volta. Sarò un ricordo e niente di più. Sarò il passato che rimane.




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