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Il colore del grano

Telefonate, una dopo l’altra, senza esclusione di colpi. Mail che appaiono sullo schermo impietosamente, rispondi a una e ne arrivano due. Evadi le richieste, ma non c’è via d’uscita. Imprevisto dopo imprevisto sempre con lo sguardo all’orologio. Ogni soluzione che inciampa su di un nuovo intoppo, un problema da risolvere che ne genera un altro finendo in un circolo vizioso che ti sommerge... Esattamente come quando alzi la testa dopo un’onda e te ne pigli un’altra, e un’altra ancora.

Ho fretta. Si è capito? Alberto ha la prima lezione di pallacanestro oggi. Non vede l’ora. E’ agitato, i nervi a fior di pelle, un miscuglio di estasi dovuta alla novità e di timore reverenziale verso questo sport che non conosce, ma che profuma di buono; verso un allenatore sconosciuto che magari si rivelerà un tiranno della peggior specie, verso compagni di squadra che non hai mai visto prima e che chissà, forse gli staranno antipatici, o lo scherniranno per un’inezia, o con i quali, senza un preciso motivo, non sarà capace di stringere amicizia.

Fatto sta che affronto una mole di lavoro drammaticamente stressante - quasi le sfighe lo facessero apposta a spuntare come funghi - e mi affretto (ovviamente in ritardo) a montare sulla sella della bici e tornare a casa per ripartire subito.

Alberto è una molla. Dopo dieci giorni di quarantena (nonostante sempre negativo), ha un bisogno fisiologico di correre come un forsennato. Mi aspetta alla porta, con la giacca allacciata, il borsone sulla schiena e le scarpe ai piedi. Saluto moglie e figlia con la mano, afferro le chiavi della macchina e via di nuovo, esattamente cinque secondi dopo aver messo piede in casa.

M’immetto nel traffico rinfrancato dal tempo a disposizione. Posso respirare, finalmente. L’allenamento comincerà tra una mezz’ora, l’appuntamento solo cinque minuti prima per le dovute presentazioni: lui è Alberto, io sono il papà, tu sei il coach e loro i suoi futuri compagni, bene, grazie, a più tardi.

Ma non è così che funziona. Via Galilei è il tornello d’uscita di un concerto degli Stones, si procede a passo d’uomo, i volti degli automobilisti che ci circondano sono inviperiti. Forte del mio Suv cerco di apparire più grande degli altri, di farmi largo sgusciando tra le vetture facendo valere la mia mole. Intanto mio figlio mi tempesta di domande, chiede regole del basket che gli fornisco a denti stretti, con un occhio sull’orologio che corre e l’altro sulle auto che borbottano.

Quando all’orizzonte appare un vigile con la paletta e il giubbotto catarifrangente, capisco irrimediabilmente che faremo tardi. Impreco dentro di me picchiando i palmi delle mani sul volante. I secondi che scorrono sulla lancetta più sottile dell’orologio sono tonanti come colpi di cannone.

Chi me l’ha fatto fare?



Procediamo a singhiozzo per un tempo che sembra interminabile. Alberto mima di palleggiare con una palla invisibile, io immagino di fare lo stesso con la testa di chi si occupa della viabilità cittadina. Quando finalmente superiamo il vigile e il motivo dell’ingorgo – un turista in panne con il cofano fumante – mancano una manciata di minuti al rendoz vous. Sai che figura grama far tardi il primo giorno? Pesto sull’acceleratore pregando per i semafori verdi, ma il karma è di un altro avviso: strisce pedonali e un’anzianotta col girello velocità bradipo, l’autoscuola alla prima lezione di guida, una coppia di ciclisti chiacchierano fianco a fianco, il camion della nettezza urbana svuota i bidoni, il corriere ha piazzato il furgone talmente male che non si passa...

Giunti alla palestra ho il fiatone, senza aver compiuto alcun passo perché in auto. Accendo le quattro frecce e mi fermo in mezzo alla strada, corro fuori e mi scuso con chi mi seguiva e che dovrà aspettare. Porto mio figlio pochi metri più in là. Un tizio di due metri, con un sorriso sornione e un nugolo di mocciosi esagitati a cerchiarlo, ci accoglie. Pochi convenevoli e consegno il pargolo. Risalgo in macchina, subisco i clacson nevrotici alle mie spalle e mi rimetto nel traffico.

Mi concedo un sospiro di sollievo prendendo la via di casa. Tra poco più di un’ora sarà tempo di tornare a recuperare Alberto. Il piano è di occuparmi della cena, servono uova e pane, manca l’olio, ah, e prendi della frutta, è lo stesso quale, fai tu... Esco dal supermercato a velocità record. Mi do una pacca sulla spalla perché sono ampiamente nei tempi, ma il mio status di ipertensione è sempre sul chi va là, un predatore pronto a scattare che non avrà pace finché tutti i tasselli della giornata non saranno al loro posto.

Giungo alla palestra un quarto d’ora prima della fine dell’allenamento. Cerco un parcheggio senza fortuna, giro per l’isolato ma neanche un pertugio. Infine mi fermo sul marciapiedi, spengo l’auto e afferro il telefono per scrollare le notizie.

Quando sento bussare al finestrino penso che sia mio figlio di ritorno, invece è un altro vigile – dev’essere una congiura – mi intima di spostarmi immediatamente o sarà costretto a multarmi. Vorrei fargli notare che non lo costringe nessuno a multarmi, mi limito invece a giocare la carta dell’empatia, dicendogli che si tratta del primo allenamento del mio bimbo piccino picciò, promettendogli di spostarmi al volo di lì a pochi minuti, assicurandogli che non si ripeterà mai più nella vita che io parcheggi in questo modo (che poi non da fastidio a nessuno), un’eccezione... faccia un’eccezione... Il vigile mi squadra truce, fa spallucce. Imbraccia il blocchetto per le contravvenzioni e un penna.

Esco dall’auto e d’istinto gli stampo un pugno sul muso. L’osservo cadere a terra gonfio di soddisfazione, si rialza massaggiandosi la mascella e se ne va con la coda tra le gambe... magari.

Non è così che è andata, l’ho solo sognato... Ho domandato scusa, ho messo in moto e rifatto il giro, una, due, tre volte. Di parcheggi neanche l’ombra, di Alberto e del suo coach neppure.

Chi me l’ha fatto fare? Mi domando di continuo. Stavo tanto bene con quel corso di arti marziali sotto casa, con quello di tennis a due passi, senza questa infinita Odissea a tormentarmi.

Riesco a farlo salire incastrandomi tra un passo carrabile e le strisce pedonali, l’allenatore mi ragguaglia in fretta e furia da lontano, portandosi le mani a coppa sulla bocca e gridando che è andato tutto bene. Riparto. La coda di vetture è un serpente senza testa e senza coda, procede zigzagando lentamente tra le vie. Lo stomaco brontola, ho sete, devo urinare. Alberto mastica una gomma e fa le bolle, è sudato, stanco, ma felice.

Papà, è stato magnifico.

Almeno quello.

Non vedo l’ora di tornarci.

Azz... e te pareva...

Rincasati sento la stanchezza della giornata colpirmi come uno schiaffo. Cena, doccia, la puntata di una serie sul divano, vista a metà perché il sonno ha la meglio.

Faccio una capatina in camera dei bimbi prima di coricarmi. Alberto è ancora sveglio. Mi sussurra buonanotte e ricambia il mio bacio sulla fronte.

Papà, mi chiama prima che riesca a uscire.

Mi volto. Le braccia slombate lungo i fianchi, stremato e assonnato, il pensiero alla sveglia impostata alle cinque del mattino. Si è tirato su sul gomito, un sorriso pieno e gli occhi illuminati. Le sue parole rispondono a tutte le domande che mi sono posto nell’arco della giornata.

Sono un baskettiere, mi dice con orgoglio.

Io rido, annuisco e filo a dormire.

Ecco perché lo fai... dico a me stesso. Ecco perché non smetterai mai...




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