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Immaginatevi Archimede

Aggiornamento: 19 mag 2020

Non c’è una ricetta precisa per averne una, sarebbe troppo facile. Non c’è neppure una scuola che le insegna, o un corso online su come accenderle. Non si raccolgono per strada, come monetine scivolate sulle gambe attraverso buchi in tasche logore. Non crescono sugli alberi, al pari di mele succose e ciliegie color rubino. Non cadono dal cielo, non piovono, non nevicano. Nessuno le regala e nessuno le vende. Qualcuna è valida, illumina la giornata, balugina nell’oscurità e merita attenzione e devozione. Altre sono inutili, scomode, sbagliate, da ricacciare nel profondo della nostra coscienza e soffocare fino alla morte, ma non sempre ne siamo capaci. Alcune germogliano e appassiscono in pochi istanti. Poche fioriscono. Rare quelle che danno frutti.

Sono le idee.

Immaginatevi Archimede, immerso nella acqua fino al collo, gli occhi chiusi rivolti verso l’alto e le braccia abbandonate sui bordi di un’antica vasca da bagno di Siracusa. Teneva le gambe incrociate sentendo l’aria di mare carezzargli le dita dei piedi umidi. In mente gli fischiettava una melodia udita la sera prima e suonata da un attore armato di cetra durante la messa in scena di una tragedia greca. Il ricordo della figlia del vasaio, che aveva assistito alla rappresentazione a pochi passi da lui, gli martellava in testa.

Rimembrava i suoi capelli luminosi e ben pettinati, stretti nell’abbraccio di un fermaglio d’osso ornato di pietre lucenti. Gli occhi, grandi e intensi, ammiccavano civettuoli e i suoi seni… ah, i suoi seni… spingevano sulla tunica sbiadita e catturavano attenzione, la catalizzavano, la calamitavano. L’erezione prese corpo, il sangue salì alla testa del matematico. Si morse le labbra, Archimede, allungò la mano verso il suo membro…“Eureka!” gridò all’improvviso, saltando fuori della vasca, completamente nudo. Ecco risolto il problema della corona d’oro di Gerone II.

Probabilmente la stessa situazione è capitata ad Isaac Newton al momento del famoso aneddoto della mela in testa, che come un dito sull’interruttore provocò la scintilla giusta al momento giusto. E’ così che nascono. Improvvise e inattese. Danno luce a una lampadina posta in equilibrio sulla nostra testa e generano, sul nostro statico viso, un’involontaria espressione di sorpresa mista giubilo. Quindi, superato lo shock iniziale dovuto a tale rivelazione, le riordiniamo, le idee, le prendiamo in esame, le scandagliamo accuratamente, ne studiamo pro e contro ed infine ne decidiamo la sorte. Ma senza limitarmi soltanto ai due grandi pensatori del passato citati in precedenza, mi viene da pensare che qualsiasi oggetto d’uso quotidiano sia tangibile grazie all’idea partorita dalla mente di qualcuno. Dalla tastiera del computer dalla quale sto digitando queste mie righe all’evidenziatore verde acceso adagiato sulla scrivania, dalla cornice di vetro che contiene la foto dei miei figli al chiodo arrugginito che la sorregge, dalla tazza di ceramica istoriata con un filo d’oro al liquido ambrato gusto erbe alpestri che vi sta alitando vapore. Ed ora arrivo finalmente alla mia di idea. Un’idea che mi ha picchiettato le tempie per tutto il giorno, che ho accolto inarcando il sopracciglio e mordendomi la lingua. L’ho afferrata e legata a un tavolo, l’ho tagliata a metà e ne ho fatto l’autopsia. Tutto inutile. Avessi aspettato un barlume di luce, forse ora non sarei sommerso da dubbi insolubili. Avessi scosso la testa sul nascere, forse ora non avrei scritto questo testo. Avessi ricacciato tutto in profondità, in una spelonca sperduta del mio cervello, forse ora non mi accingerei a intraprendere una strada che non ho idea dove condurrà.

Avessi eluso il suo incessante bussare… “Perché no?” chiedeva ardita. “Perché no?” E io di rimando domandavo “Perché sì? Perché sì?”

Nessuna risposta. Solo un’esigenza, una pressione, un desiderio, un incoraggiamento ad abbandonare le remore e accettare.

Così nasce questo blog… Senza una tematica e senza una direzione, con l’unica speranza di comunicare qualcosa e qualcuno. Qualunque cosa. A chiunque. Credo che leggere sia il modo migliore per attraversare il confine delimitato dalla ragione e dalla coscienza. Altrove. Ecco la nostra meta quando leggiamo. Abbiniamo la nostra immaginazione a quella di chi scrive e questa alchimia fa nascere infinite combinazioni, di mondi a sé stanti. Se sarò in grado, con le mie parole, di accompagnare qualcuno altrove, allora avrò raggiunto l’unico obiettivo che questa nuova avventura sembra avermi concesso. In caso contrario… tenterò ancora.

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