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Lo strappo

Il primo brivido l’ho provato ora. Mi ha scosso la colonna dorsale come fosse un filo d’erba al vento. L’ho sentita vibrarmi dentro e sfiorarmi il cuore, che ha iniziato a pulsare a un ritmo più sostenuto, accelerando così come il mio respiro.

Assistere alla trasformazione del mio migliore amico, da spavaldo rubacuori e aitante atleta in questa controfigura slombata e tremolante, è stato come un secchio d’acqua gelata sul viso. E’ stato come girare la valvola del mio autocontrollo e spargere in circolo nelle mie vene la paura più profonda.

E’ tutto vero. Sta succedendo. Non si torna indietro.

La farsa della nostra ultima cena è stata pietosa. Sento ancora gli sguardi vuoti di chi ci ha serviti, di chi al sicuro dietro a un plexiglass di cinque centimetri, ci passava il piatto facendo attenzione a non incrociare i nostri occhi imploranti.

Mio padre mi raccontò che un tempo il plexiglass non c’era. Fu installato a seguito di un incidente nel quale uno di noi, perso nel vortice del terrore, superò il bancone con un salto per aggredire un inserviente. L’uomo assalito perse un occhio a causa dei colpi furenti del prescelto. Quest’ultimo, invece, venne dapprima rinchiuso, in seguito percosso e maledetto, e infine decapitato.

Omar aveva dato cenni di cedimento già a cena. Lo vedevo chinare e scuotere la testa a ripetizione, mormorava qualcosa che da dov’ero io, penultimo di una fila imbastita in ordine crescente d’altezza, non riuscivo a sentire, né tanto meno a leggergli sul labiale. Come lui gli altri, ognuno di noi, che strisciavamo i piedi come marionette senza voce, succubi di una delle tradizioni più longeve del nostro popolo, a sopportare l’attesa infinita al meglio delle nostre possibilità.

I posti ai tavoli erano segnati con un marchio tinto di porpora, la testa di un grifone sanguigno dal becco spalancato e gli artigli acuminati. Lì, e soltanto lì, avremmo dovuto sedere, lontani abbastanza gli uni dagli altri per non farci comunicare se non con gli occhi... e quello che gli occhi riuscivano a trasmettere nessuno di noi avrebbe mai voluto leggerlo.

Con il mento puntato sul piatto di zuppa cercavo di raggiungere Omar di sottecchi, ben attento che le guardie non mi vedessero. Ci era vietato perderci in sentimentalisti, in cenni d’intesa o porre le basi di un rivolta con il solo ausilio della mente e del linguaggio del corpo. Ogni minima possibilità d’insuccesso veniva sedata sul nascere. La nostra reverenza e la nostra ansia dovevano essere palpabili fino al punto da smorzare qualsiasi minuscola velleità.

Eravamo schiavi della Dea fin da quel primo giorno di pubertà. Una voglia amaranto sbocciava tra le nocche della mano di quelli che compiuta la maggiore età avrebbero dovuto attraversare lo stretto al sesto plenilunio dell’anno. La mia, che mi ha castigato in questa marcia notturna e, forse, alla mia ultima notte su questa terra, ha la forma di una piuma incurvata. Quella di Omar, che saprei riconoscere tra un milione, ricorda una foglia di quercia. La voglia è diversa per ciascuno di noi, così come lo sono impronte digitali o gli iridi che circondano le pupille, un segno distintivo che ci accompagnerà fino al compimento del nostro destino, un puntello tra il medio e l’anulare per impedirci di dimenticare quel che dovremo fare.

Ormai sono decenni che nessuno tenta di svicolare dalla traversata amputandosi la mano. Chi c’ha provato in passato ha visto la stessa identica voglia spuntargli in un’altra parte del corpo, inarrestabile e indelebile. O almeno è quello che si dice, perché io di moncherini a Mantrovia non ne ho visti mai in tutta la vita.


I tamburi hanno cominciato a colpire. Sono tonfi sordi all’inizio, cadenzati a distanza di qualche secondo l’uno dall’altro. Seguono i corni, che emettono profondi lamenti, simili a sirene. Le porte delle gabbie si aprono all’unisono, mentre il sole è già calato da tempo e il cielo sta incupendosi verso la notte. I suoni accelerano, mi penetrano dentro e mi rimbombano nel corpo. Si aggiungono dei violini incalzanti, dei clarinetti acuti e sibilanti, delle arpe pizzicate drammaticamente, così come sento pizzicarmi dentro, nei recessi più occulti del mio essere. Anche le guardie cominciano a scalpicciare, euforiche e fanatiche. Pestano il selciato con gli scarponi camminando sul posto e sbattono le alabarde lucenti picchiandole tra loro.

La folla non ci è concessa vederla, sarebbe un’eccessiva distrazione lungo un percorso che di distrazioni non ne concede. I loro volti ebbri e rapiti ci osservano da dietro una lunga vetrata opaca che bordeggia entrambi gli strapiombi che cadono sulla frattura. Ci giungono alle orecchie le grida di festa e di incitamento. Voci deliranti di estasi mistica prodotta dal decotto di foglie bringe servito dagli accoliti in coppe di terracotta.

Spinti dalle picche dei soldati siamo costretti a uscire dalle gabbie. Ognuno di noi ha il suo posto sul basamento di porfido che fa da anticamera allo strappo. Ci sistemiamo sulla nostra plancia di gioco come fossimo inermi pedine tra le mani di un sadico gigante, posizionati sulla scacchiera disegnata da lastre di marmo a forma di nido d’api.

Io scorgo Omar di spalle, pochi metri da me. Tiene lo sguardo fisso in avanti, i muscoli in tensione, le braccia dritte sui fianchi. Lo emulo come ho sempre fatto, esattamente come da bambino saltellavo dietro ai suoi passi nel guadare il fiume. E come noi gli altri, chi austero e chi no, chi padrone di sé stesso e chi meno, chi abbracciato all’ineluttabile e chi disarmato.

Regolo il mio respiro in un flebile fiato, lento e profondo. Trattengo l’aria nel polmoni socchiudendo le palpebre e mi concentro sul mio corpo. Tento di percepire il fluire del sangue tra le vene, di comandare i nervi che traballano e che prudono impauriti. Sono anni che ci prepariamo, e per altrettanto tempo, ogni singolo giorno dal manifestarsi della voglia, che è valso quanto un secondo battesimo, abbiamo studiato per questo. Siamo stati addestrati a superare lo squarcio da chi l’ha compiuto prima di noi, dai sopravvissuti che vogliamo eguagliare e di cui vogliamo fare parte.

Ma c’è chi non regge. Un ragazzo vicino non trattiene il tremore, vedo le sue ginocchia che si scuotono fin quasi a toccarsi, le spalle che sobbalzano in brevi respiri, balbettanti, diversi da quelli che ci insegnava Mastro Evan, sbagliati. Un altro gronda sudore dalle estremità delle dita, soffro per lui mentre lo osservo passarsi le mani sui pantaloni per asciugare quel male che gli fuoriesce dall’interno, la manifestazione palese del suo corpo che si ribella per lui. Dietro a Omar un altro prescelto ancora non riesce a tacere, emette lamenti mascherati da singhiozzi, singhiozzi sottili come squittii. Improvvisamente vedo i suoi calzoni scurirsi sulla coscia e un rivolo di urina colargli sulla scarpa fino a spargersi sul porfido.

L’acre odore di urina si fonde a quello pungente del sudore di chi mi sta intorno, si mescola a quello dell’incenso che fuma nei bracieri che fiancheggiano il percorso attraverso la faglia, a quello ferruginoso delle armature delle guardie, a quello umido della notte in divenire, a quello avvolgente delle foglie bringe, a quello agreste degli arbusti sferzati dal vento.

Se mai dovessi uscire vivo da questa marcia sacrificale, allora dirò che quello che hanno sentito le mie narici poco prima del primo passo, forse il primo dei miei ultimi passi, è inequivocabilmente l’odore della paura, petali di fragranze a coronare una corolla di terrore.

La musica cessa di colpo dopo un ultimo rullo di tamburi. Le voci si spengono rispettose e impazienti. Il silenzio che ne deriva è più rumoroso di qualsiasi altro suono abbia mai sentito.



La luna di staglia a picco sullo strappo, baluginante, piena come non lo è mai stata. Pulsa da lassù dando il tempo ai battiti dei nostri cuori. Un vento freddo scorre lungo la faglia attraversandola da parta a parte e il suo soffio sembra cantare, un diapason incessante che ci indica la via. Sentiamo la forza dell’aria invitarci a seguirla, a non opporci al suo volere, a lasciarci andare, ad avvolgerci in un vortice senza scampo. Ci colpisce sulle schiene madide di sudore e sulle camice impregnate.

E’ allora che, come fossimo un solo uomo e una sola anima, ci mettiamo in cammino. Un passo dopo l’altro, ordinatamente lenti, profondamente spaventati.

Ora non mi resta che proseguire e pregare, pregare con qualsiasi barlume di fede che brilla nascosto tra le mie viscere, che qualsiasi cosa ci sia là in mezzo non scelga me.




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