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PienaMente

Non riesco a fermarli. Ci provo, ma fallisco di continuo. La mia mente funziona a pieno regime, come una fabbrica inarrestabile che produce materiale senza sosta. I pensieri incalzano e sgomitano, schizzano come palline di un flipper tra i miei ingranaggi cranici, che io lo so che ci sono, gli ingranaggi intendo, magari non tutti visto che perfino nonno mi diceva che qualche rotella fosse fuori posto, che di venerdì me ne mancasse più di uno. Ma i pensieri fanno parte di me e più che non essere in grado di arrestarli sono io che li slego e li libero, inconsciamente o forse no, li coccolo come figli e li lascio fluire, mi crogiolo nel turbine che solo io posso comprendere.

Mi stropiccio gli occhi fino ad arrossarli, le cavità consumate attorno alle palpebre, graffiate dalla pelle secca che ho sulle mani. Funziona! Perché affermano di no? Funziona! Questo è il lato positivo. E’ la buona notizia che posso gridare ai quattro venti. Cogito ergo sum. Penso quindi sono. Troppo e in malo modo, ma questo è relativo. Chi sono gli altri per definire la linea di confine, stabilire quello che è giusto e quanto sbagliato? Come il dottor Gastoni che predica calma e sangue freddo, che scrive sul suo notes vocaboli su vocaboli con la calligrafia talmente indecifrabile da renderla illeggibile e mi verrebbe da domandargli se il matto tra noi due sia lui anziché io. E nel limbo chi ci resta quando lui non c’è? A fine turno va a casa dalla sua famiglia il dottore, non certo il sottoscritto. Ogni mattina riappare come d’incanto attraverso la porta imbottita e mi sorride bugiardo, barba fatta e camicia inamidata fresca di pulito. Picchietta la penna alla tempie e snocciola le sue domande senza tregua e senza pathos. Lungi da me mettergli il bastone tra le ruote, rispondo ubbidiente, ma non come vorrebbe mi viene da dire a giudicare dall’imperscrutabile espressione che gli colora il viso.

E il suo volto dipinto di pigmento è solo uno dei colori con cui convivo. Uno dei tanti che mi circondano e che seguono orbite attraverso il tempo e lo spazio. Sono sovrano di un reame delimitato in una stanza asettica e sterile tranne me, che ne sono il battere e l’impurità; il re dei pazzi confinato in un cubo convesso dalle pareti che si dice siano bianche, ma che sono tavolozze da cui attingere fantasia e gioia. Loro mentono anche in questo, così come perpetuano a sobillarmi con elenchi interminabili di fandonie sui miei presunti mali, su sintomi che non provo, sentimenti che non nutro, spasmi che non scuotono, tremori che non mi appartengono.

Ho l’umore ballerino, saltabecca in su e in giù, a sinistra a destra, ovest, sud, nord, est, zenit e nadir. La testa che mi spunta dal collo non segue regole precise, viaggia attraverso percorsi di indescrivibile bellezza che quando li condivido con racconti particolareggiati gonfi gonfi di fronzoli, carichi carichi di dettagli, si infrangono sugli sguardi torvi di chi non comprende e storce il naso.

Soprattutto sono innamorato. Il che funge da vera a propria giostra per il mio cuore singhiozzante. Ne conoscessi il nome almeno, ma lei non si pronuncia, spiaccica poche parole timida tant’è, si prende cura della mia persona come la più dolce delle mogli, riassetta il mio spazio e mi rimbocca le coperte. Lo farei da me, ma con i polsi legati tante attività mi sono precluse. Ci amiamo con gli occhi. I miei che si sforzano di incrociare quelli di lei, mentre i suoi fuggono e mi schivano, pasturano la mia devozione per domarmi quando potremo stare insieme, il giorno in cui l’autorità psichiatrica che fa il buono e il cattivo tempo sulla mia esistenza stabilirà che in fin dei conti di pericoli non ne procuro. Sono un agnellino alla mercé dei lupi presunti sani, vittima di un sistema che occlude il libero arbitrio e la fantasia, che detta leggi da onorare, che costringe in sentieri preimpostati, che oscura la realtà di ciò che ogni essere umano potrebbe diventare.

Colpa mia, si è sempre detto. I piedi in terra non ci stanno, liberi della zavorra che tiene ancorati al pavimento tutti voi. Mi sono elevato per guardare oltre la recinzione e ho scelto di non tornare indietro. Lascio ai posteri l’ardua sentenza, non ai politicanti da due soldi schiavi dell’opinione pubblica. E neppure ai medici che abbozzano diagnosi sbagliate.

Arriverà il giorno che l’evoluzione sarà tale da dipanare le menti ingarbugliate delle persone comuni e sarà allora che mi verranno tributati onori e glorie. Il male attecchiva il corpicino di quell’infante insospettabile fin dal primo vagito e io sono stato il solo in grado di leggergli l’anima.

Mi ringrazierete, prima o poi, di essermi sacrificato per il bene dell’umanità; coltello e forchetta saranno reliquie da idolatrare un domani. Ho nutrito me e il mondo intero.

E l’ho fatto per voi.

Ricordatevelo.


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