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Sonno e son desto.

Una tortura sollevare le palpebre dopo appena un’ora di sonno, o poco più. Tapparelle sigillate onde evitare le interferenze esterne di lampioni accesi e schiamazzi di orde di adolescenti, ma non c’è difesa alcuna quando l’attacco giunge dall’interno. Per gli occhi pesanti mettere a fuoco sembra un’impresa titanica, da supereroi, lentamente appaiono sul display del cellulare in carica i numeri 01 e 58, separati da due punti intermittenti, scandenti i secondi. Mi sistemo supino, ormai sveglio e scoraggiato. Osservo il nero che mi sovrasta, lì dove non riesco a scorgere il soffitto perché l’oscurità non me lo permette e prego, congiungo le mani sul petto e recito un sommesso “Ti prego, per favore. Ti prego!”. Infine sbuffo, gonfio le guance come un criceto e faccio uscire tutto, a svuotarmi d’aria e di speranza. Come un martello pneumatico il vagito mi perfora i timpani. E’ incredibile come qualsiasi suono, anche il più sottile, sia tanto roboante da appena svegli. Il pianto di un bimbo poi, lo si percepisce come brutale e di un’intensità pari alla sirena di un antifurto. E proprio di furto si tratta. Quello del mio sonno. Rubato e mai più restituito. Scostate le coperte e armato di santa pazienza non mi resta che salutare il giaciglio, una lieve carezza alle lenzuola come “arrivederci” e la ricerca tentoni delle ciabatte, che poi chissà perché, proprio nei momenti di maggior urgenza e bisogno, finiscono sempre col rintanarsi sotto al letto. Percorro intimorito il breve corridoio che mi separa dalla camera dei bimbi. Il pianto struggente mi penetra dentro scuotendomi fino alle ossa. Ed eccolo lì, il lettino, bianco come la neve e adorno di stoffe azzurrine a coste: la tana del drago.Mi sporgo oltre la sponda e osservo il cucciolo di cinquantacinque centimetri che non sembra aver pace.“A noi due” gli sussurro facendomi forza.Lo imbraccio stringendomelo al petto, afferro la copertina di lana, dalla quale si era divincolato nella foga della lotta e, cullandolo, lo porto in soggiorno.

Il piccolo mi osserva indispettito, ma non credo che mi veda, probabilmente per lui non sono altro che un’ombra nell’oscurità, e chi vorrebbe essere accudito da un’ombra? Lo avvolgo nella copertina a mo’ di mummia e inizio a incamminarmi in tondo attorno al tavolo.“Certo che sei un fetente” lo insulto lasciandomi strappare un sorriso dai suoi occhi sbarrati e dalla sua boccuccia fattasi immediatamente silenziosa. Dopo pochi minuti mi sento abbastanza soddisfatto da arrischiarmi ad adagiarlo nel lettino. Quale errore. Appena percepito il fresco delle lenzuola il suo volto si incrina, si produce in una smorfia sofferente e un rantolo gli fuoriesce dalla gola mai stanca di gridare. Lo riafferrò uscendo velocemente dalla stanza.“Zitto! Ci manca solo che svegli tua sorella, poi sì che sono fregato.”Rassegnato riprendo il cammino attorno al tavolo. L’orologio a parete scandisce i miei passi col suo incessante “tic tac”. Sento le forze abbandonarmi, l’involontaria passeggiata cui mi costringe il mio sveglissimo figlio, che ora mi sta fissando gustandosi il ciuccio con palpabile gradimento, è una delicata nenia per le mie membra assonnate, funge da ninna nanna. Riesce nei miei confronti dove il dondolio delle mie braccia fallisce.Afferro un libro da uno scaffale, senza neanche guardare quale sia, ed inizio a leggere per passare il tempo e per rallentare il mio crollo incipiente.02:44. Le pagine si sono alternate una dopo l’altra, ormai la storia mi ha catturato e il sonno svanito. Fortunatamente, al contrario, la veglia del nano sembra in declino. Gli occhietti, appesantiti, gli si socchiudono, poi si dischiudono, quindi si socchiudono ancora, infine si serrano. Il ciuccio, inservibile a quel punto, cade sul mio braccio liberando la bocca spalancata del piccolo, pacificamente addormentato.Finalmente.Torno in cameretta. “Cautela” mi consiglio, “cautela.” Come a capire la situazione il sonno torna all’attacco. Con le braccia stanche appoggio il neonato nel suo lettino. Mani chirurgiche rimboccano le coperte. Sospiro di sollievo. Bacio sulla fronte. Sorrido compiaciuto.Il mio letto comincia a convocarmi come le sirene fecero con Ulisse, ma io non mi farò legare all’albero maestro, né mi metterò cera nelle orecchie.

Andrò incontro al mio destino: un sonno profondo da qui fino alle sei e mezza del mattino.Sto per tornare in camera mia, quando un suono inatteso, il peggior suono che mai avrei potuto udire in quell’istante, irrompe nella notte. PROT!Mi fermo istantaneamente, come quando giocavo a Un Due Tre Stella e resto in ascolto. “Non piangere! Non piangere!” ripeto mentalmente vagliando l’assurda possibilità di lasciarlo sporco. “Che padre degenere” mi dico senza troppa convinzione. Dal lettino alle mie spalle non proviene più alcun rumore. “Forse me la sono cavata” penso riprendendo movimento guardingo. Poi, quando ormai ho raggiunto la porta, sento il fruscio delle lenzuola e, a squarciare il silenzio rinnovato, ecco il lamento della pulce farsi sempre più intenso.Lo sconforto mi avvolge. Lo risollevo dal lettino colpito dall’inconfondibile olezzo di “feci fresche di neonato” e mi armo del kit di sopravvivenza per cambio pannolino. Quando il culetto sporco giunge a contatto con l’acqua il pianto si fa più intenso. Regolo la temperatura del getto per trovare la perfetta alchimia tra pelle e calduccio e procedo con il lavaggio. Gli sistemo un asciugamano attorno ai fianchi e lo adagio sul fasciatoio. Lì, così piccolo e così rincagnato, con i pugnetti chiusi ben stretti vicino al viso, con le gambine piegate sul ventre liscio, con le guanciotte piene e paffute, non posso fare a meno di osservarlo e ringraziare la natura per un dono così perfetto. Ma non faccio neanche in tempo a pensarlo che la mia gratitudine per il creato viene meno. Uno zampillo prende quota dalla protuberanza appena sollecitata dal lavaggio. Cerco di fermare la perdita aiutandomi con l’asciugamano e mi preparo per un nuovo giro in bagno.Sono le 03:07 quando mio figlio è nuovamente vestito, profumato e avvolto nella coperta di lana. Fortunatamente la sorte sembra infine sorridermi e il sonno lo coglie quasi subito. Riesco a metterlo a letto senza grosse difficoltà, in fin dei conti dev’essere stanco anche lui con tutto questo via vai, e quindi riesco a tornare nella mia stanza. Il profondo dormire di mia moglie mi rasserena. Mi ci ranicchio vicino per scaldarmi e chiudo gli occhi. Sento il mio respiro farsi più pesante, le palpebre si riempiono di zavorra ed ora sono io ad essere cullato.“Papà” sussurra una vocina.La ignoro.“Papà” sussurra di nuovo la vocina.E’ un sogno.Segue un concitato scalpiccio di piedi nudi sulle piastrelle e sul parquet.“Papà? Cacca!”E’ un incubo.


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