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Ali di farfalla

Ricordo quel giorno come fosse ieri, e questo nonostante siano trascorsi anni ormai da quel tragico evento. Col tempo mi sono evoluto, o per meglio dire è la mia esistenza ad averlo fatto. Sono passato dall’essere un minorenne con la pelle puntellata dall’acne e gli ormoni su di giri all’uomo navigato che sono oggi, imprenditore indefesso e soddisfatto, marito di seconde nozze, padre e patrigno di una nutrita schiera di marmocchi.

Eppure è quella particolare giornata trascorsa con Sonny quella che più di tutte mi si è memorizzata dentro, come un incisione sul marmo che resiste un’epoca storica dopo l’altra e a distanza di millenni è ancora lì. E il motivo di questa vividezza è presto detta, non compresi mai le azioni compiute allora da Sonny, non riuscii in nessun modo a trovarvi un senso. Almeno fino a oggi che il cerchio si chiude e riabilita il ricordo di quello che fu il mio migliore amico per renderlo eroe un’altra volta.

Ci trovammo al solito posto. Sonny sancì che il nostro punto di ritrovo fosse un paletto bianco e nero che sbucava dal manto stradale come un trabocchetto, proprio di fronte al negozio di dischi dove trascorrevamo le ore quando marinavamo scuola e proprio quel paletto contro il quale si schiantò con la bici anni addietro, si scheggiò un incisivo rovinando sui sampietrini e ribattezzammo insieme il bastardo.

Anche quel giorno Sonny ebbe la domanda del giorno pronta da servire. Da adolescente disturbato e dannato quale si è sempre sentito, che amava filosofeggiare sorseggiando vinaccia da prezzo e che scimmiottava ostentatamente i modi di fare degli artisti maledetti che tanto amava, Sonny pensava. Pensava troppo e assiduamente. E voleva che io partecipassi ai suoi tormenti e che rispondessi ai suoi quesiti esistenziali.

Quella volta però ricordo che la domanda non fu complessa come spesso accadeva, che non trattava argomenti scomodi quali morte, religione, sessualità o coscienza. Mi chiese semplicemente come dovesse essere la mia ragazza ideale.

«Che ne so, Sonny. Che vuoi che ti dica?» gli risposi. «Non è così semplice, non c’è una ricetta precotta. Sono stato con Marzia e mi piaceva Iris, distanti l’una dall’altra quanto due galassie. Non si può dire e basta.»

«Stronzate! Io non ho il minimo dubbio.»

«Spara,» l’invitai.

«Deve odorare di pizza.»

«Scherzi?»

«Per niente. Non potrei mai stufarmi di una ragazza che profuma di pizza, ne avrei fame sempre.»

Scherzammo sull’idea incamminandoci verso il centro. Non avevamo una meta precisa, volevamo solo passare il tempo assieme, inciampare in qualche amico con cui trascorrere il pomeriggio, scrutare le vetrine dei negozi per capire cosa farci regalare da mamma e papà per Natale, stare lontani anni luce dai libri di scienze che ci aspettavano a casa, pronti per essere studiati controvoglia.

«E’ lui» esclamò Sonny dal nulla. «Eccome se lo è.»

Seguii la direzione del suo sguardo sul viso smunto di un ragazzo che non avevo mai visto prima di allora; lentiggini attorno al naso, occhiali dalla montatura petrolio, la bocca semiaperta tipo stoccafisso.

«Lui chi?»

«Che c’entra? Seguiamolo.»

«Cosa? Ma chi è?»

«Non ne ho idea,» ammise Sonny con una scrollata di spalle.

«E allora perché vuoi seguirlo?»

«Oh, santo cielo, quante domande fai? Falla finita una buona volta.»

Mi azzittii e gli andai dietro. Ero divertito da questa sua improvvisa pantomima, ridevo nel vederlo muoversi con passo felpato e mantenersi a distanza da questo ragazzo senza perderlo mai di vista, acquattato dietro le colonne dei palazzi e appiattito sui muri. Nel frattempo tentavo di rispondermi da solo, mi sforzai di mettere costui da qualche parte, di dargli un posto nel mio mondo, di capire quale scuola frequentasse, o dove potessimo averlo già incontrato, ma fu tutto inutile.

Quando montò su di un autobus da via Cassa di Risparmio Sonny mi prese per il collo della felpa e mi trascinò a bordo con lui.

«Che diavolo fai? Ho lo scooter in piazza!»

Ma Sonny non mi ascoltava. Ci sedemmo sui sedili in coda al bus. Il ragazzo invece si accomodò nel posto subito dietro il conducente. Se avesse un qualche sospetto che due pazzi lo stessero seguendo non lo diede a vedere, estrasse un libercolo da uno zainetto e cominciò a leggere.

«Vuoi spiegarmi una buona volta?» insistetti.

«Che cosa voi sapere? Non lo so, ma è così.»

«Dimmi chi è? Perché lo stiamo pedinando?»

Sonny strizzò gli occhi come per raggiungere un pensiero sfuggente, scosse il capo, inspirò con piccoli scatti del petto.

«Per davvero,» scandì in un filo di voce. «Non lo so.»

Smontai alla prima fermata senza degnare Sonny di un saluto. Ero fuori di me, offeso dal suo comportamento bizzarro e privo di senso. Pensai che il suo fosse uno scherzo di cattivo gusto, che godesse nel vedermi fedele cagnolino al suo fianco, che mi considerasse incapace di emanciparmi dalla sua amicizia e dal suo carisma e volli dimostrargli quanto si sbagliava.

Fu l’ultima volta che lo vidi.

Fu l’ultima volta che lo vidi vivo.

Rincasato scoprii che il mio amico Sonny fu vittima di un grave incidente nei pressi del campo da Football Americano. I testimoni oculari affermarono di averlo visto precipitarsi in mezzo alla strada per spintonare un coetaneo e salvargli la vita. Così facendo però, venne travolto al suo posto. Io capii immediatamente che il coetaneo scampato al pericolo era il ragazzo che seguimmo sul bus. Lo odiai con tutte le mie forze.

Sonny non soffrì, mi assicurarono. La sua testa colpì l’asfalto tanto forte da non lasciargli scampo. In me si generò un vuoto tale da sembrare una voragine. I sensi di colpa per essere sceso da quel bus mi tormentarono per giorni, per mesi e forse non hanno ancora smesso del tutto.

Fatto sta che le lacrime stanno cadendo sul quotidiano mentre ripenso a lui. Precipitano sulla carta come gocce di pioggia. Mi nascondo dietro le pagine del giornale per non farmi vedere da Sandra e dai bimbi, ma il cuore batte forte a causa della foto che accompagna l’articolo che ho di fronte. E’ il primo piano di un signore dal naso lentigginoso, che indossa un paio di occhiali e tiene la bocca aperta come un imbecille. Oltre i tratti maturi e qualche chilo in più del dovuto riconosco il viso di quel ragazzo che Sonny salvò tanti anni fa.

Il titolo sul frontespizio recita: Abbiamo la cura, onori al dottor Rizzi.


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