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Notte senza alba

«Mi spiace, non esiste cura, ma sei un ragazzo fortunato.»

Le parole del medico mi si sono piantate dentro come un chiodo. Lo fisso con gli occhi sgranati, li sento tremolare come un tic nervoso, o nevrotico. Con la coda dell’occhio vedo mamma. Le mani sulla bocca per bloccare sul nascere il magone sobillato dalla diagnosi, ma con una scintilla negli occhi. Conoscere in cosa consiste la mia fortuna incuriosisce più lei che me.

Papà è una statua di cera invece. Tiene le braccia conserte e la fronte aggrottata, i capelli alle tempie sembrano ingrigirsi a vista d’occhio.

Sospiro. Lentamente affinché non mi si veda agitato. Sono pronto per quel che mi si chiede? Lo sono sul serio?

Il medico ci serve un opuscolo condito con un sorriso sbilenco e forzato. Lo afferro senza neppure dargli un’occhiata. Ho già capito, io. Ora sta ai miei sbatterci il muso e farci i conti. Il silenzio cala nello studio come un sipario tanto che riesco a sentire il cuore battermi nel petto e bussarmi nell’orecchio, quasi un monito o un segnale del subconscio. La carta plastificata dell’opuscolo stride tra le mani di mamma, che legge e rilegge sperando che le frasi scritte possano cambiare significato.

«Quanto?» domanda con un filo di voce.

«E’ una domanda cui nessuno sa rispondere, ma resta la migliore opzione che abbiamo.»

«Quando?» chiede papà, anche lui come tutti fingendo che non sia presente nella stanza, anche lui come mamma pronto a scegliere al posto mio.

Mi alzo e afferro l’asta portaflebo, il bastone a rotelle che mi hanno appiccicato addosso dal giorno del ricovero.

«E’ tutto ok,» li rassicuro. «Vado solo in bagno. No. Non mi serve aiuto. Sì, ce la faccio. Sì, sto bene. No, non preoccuparti. Sì, torno subito.»

Invece, va tutto a rotoli. Percorro questo maledetto corridoio di plastilina con le vertigini e un senso di nausea mai provato prima. Maledico i colori smorti della clinica in cui sono recluso, il verde muffa alle pareti, il beige chiaro che ricorda un rigurgito, il linoleum macchiato di solo Dio sa cosa.

Prendo posto sulla sedia di una sala d’attesa qualsiasi, ad aspettare il proprio turno c’è poca gente, una coppia di pensionati che si tengono per mano, una mamma con una bimbetta sulle gambe, un distinto signore in completo gessato che strizza con le dita un plico bello gonfio di referti. Hanno tutti la stessa espressione: una non espressione. Occhi vuoti che non fissano un bel niente, la bocca serrata e la mente, ne sono certo, che lavora incessante un pensiero dopo l’altro.

Ibernazione.

Ecco quale pratica è stata eletta a fortuna per il sottoscritto. D’istinto mollo la presa sull’asta al mio fianco, di metallo gelido come immagino sarebbe il dovermi addormentare sotto ghiaccio. Non credo sia paura la mia. Come funziona questa "sospensione" lo so nella teoria grazie a milioni e milioni di film, e serie, e fumetti, e libri di fantascienza. Ora ci siamo però, l’hanno inventata sul serio, l’hanno sperimentata e giudicata etica. Già altri prima di me, (gli unici essere umani ad averne diritto perché per il momento ibernarsi è concesso ai soli malati terminali), sono stati messi in pausa. E io, per evitare di avvizzirmi come una fragola matura lasciata sulla credenza della cucina, sono costretto ad accettare di immergermi a mia volta come un cetriolino in salamoia.

Non è quello che voglio. Non credo che lo sia. No. Non è paura nel modo più assoluto. Perché dovrei temere di farmi anestetizzare e di farmi infilare in un sarcofago liquido e gelato? Sarebbe di certo preferibile ai malori improvvisi, agli spasmi incontrollabili, al dolore che ormai conosco tanto bene da non ricordare più neppure come stessi prima che iniziasse.

E’ altrove il mio malessere, e intendo quello che mi disturba nella testa e nel cuore. Staziona lì dove stanno le domande che i miei hanno posto al medico e lui ha glissato elegantemente; nel cervello che vive a mille nonostante il mio corpo stia strozzando il freno a mano.

Quanto? Quando?

Nessuno può dirmi quando e se verrà trovata una cura contro una malattia che non ho ancora imparato a pronunciare. Possono solo promettermi che prima o poi la scopriranno e che io sarò salvato, pronto a rinascere in un corpo guarito. Libero di godermi appieno la vita che la scienza mi ha concesso. La seconda occasione da non lasciarmi sfuggire.

Ma a quale prezzo?

Ripenso ai capelli sbiaditi di mio padre, alle rughe sempre più marcate, alla schiena che s’incurva a poco a poco. E così a mamma e il suo rimpicciolire come dovesse tornare bambina. Stanno solo invecchiando, com’è naturale che sia. Ma io?

Non ho forse lo stesso diritto dalla mia? E se mai dovessi accettare di ibernarmi, non perderò forse la mia stessa identità? Chi ci sarà ad accogliermi al risveglio se dovessero passare troppi anni? Con chi festeggerò l’essere tornato in vita se tutte le persone che conosco saranno morte?

Mio padre mi raggiunge e mi si siede di fianco. Appoggia una mano sul mio ginocchio e stringe, piantandomi le dita tra le ossa come faceva quand’ero un bambino e io mi divincolavo dolorante e divertito. Non c’ha mai saputo fare con i gesti d’affetto, questo è il massimo che mi concederà, nonostante tutto.

«Non lo so,» sputo fuori dal nulla.

«Non devi decidere adesso.»

«La vedi?» domando indicando con un cenno del mento la bimba a pochi metri da noi. «Me la sto immaginando donna, già madre, forse nonna. E con lei tutti i presenti. Te. E mamma. Il medico. Gli amici. I compagni di scuola. Posso veramente lasciarvi andare tutti quanti, perdermi in un sonno senza sogni mentre il mondo va avanti?»

«Quello che devi capire,» sussurra papà sforzandosi in un sorriso, «è di cosa hai più paura. Di morire? O di vivere?»

«Io non ho paura,» sancisco con fermezza.

«Hai paura di morire troppo presto? O hai paura di vivere troppo tardi?»

Chiudo gli occhi e deglutisco. Rifletto su queste due domande per sbrogliare la matassa che mi si è ingroppata dentro. Quel che è certo è che il tempo stringe.

Oppure no...




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NataleaMare

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